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FANFICTION: Daitarn 3 contro Lupin III! #6

Riassunto: Lupin è interessato al deposito d’oro che si trova nella villa di Haran Banjo, il pilota del Daitarn 3. Quest’ultimo, dopo aver sconfitto i Meganoidi, ha creato la Solar Corporation, un’azienda internazionale che produce materiale ad energia solare. Durante una festa alla villa di Banjo, l’Ispettore Zenigata avvisa il pilota del Daitarn 3 delle intenzioni di Lupin, che intanto copia di nascosto i dati del megacomputer di Banjo. Anche Fujiko interviene per conto suo, ostacolando l’operato di Lupin, che si salva nascondendosi sotto le spoglie di Garrison ed usando un gattino come esca…

Haran Banjo uscì dalla villa, piuttosto perplesso. In sostanza, sarebbe stato un falso allarme: un gattino che, casualmente, era passato di lì e si era messo a camminare sul pavimento fotosensibile del corridoio della camera blindata.
D’accordo, sarà stato così, si disse lui, ma, a parte il fatto che bisognerebbe chiedersi come ha fatto un gatto mai visto prima ad entrare così facilmente nella villa, c’è il piccolo particolare che non ci sono gatti in giro qui nell’area di dieci miglia. Qui c’è qualcosa che non va…

Dietro di lui, Reika e Beauty accarezzavano il piccolo animale che una delle due teneva in braccio. Mentre Banjo si stava dirigendo verso la folla degli invitati e Zenigata, coi suoi uomini, era tornato al suo posto di sorveglianza, più imbufalito che mai per il falso allarme, Garrison gli corse incontro preoccupato. Banjo fu decisamente sorpreso. Il maggiordomo non si scomponeva mai, neanche davanti ad un megaborg. Doveva essere successo qualcosa di terribile.
“Signor Banjo! Una donna è svenuta adesso! L’ho portata su un divano del salotto!”
“Adesso come sta?”
“Abbastanza bene. Chiamo un medico?”
“Per adesso no, portami da lei, poi vediamo.”
“Veniamo anche noi, Banjo!” dissero le assistenti. Una donna, per Reika e Beauty, era un potenziale nemico: bisognerà tenerla d’occhio, pensarono tutte e due.
Il salotto era una delle stanze più lussuose della villa – già ricca di per sé – ed aveva sui muri i quadri di Tiziano e Van Gogh, oltre ad altri pittori noti. I tappeti orientali si armonizzavano con le decorazioni del grande camino, in quel momento chiuso per via della bella stagione: a guardarlo, si poteva immaginare che facesse un fuoco assai robusto e imponente. Il lampadario di Murano, coi suoi cristalli luccicanti, illuminò splendidamente la sala, mostrando una donna bellissima, dalle forme decisamente sviluppate, distesa sul divano. Era avvolta in un abito da sera scarlatto che lasciava poco spazio all’immaginazione: Banjo la fissò piacevolmente sorpreso, mentre Reika e Beauty la osservarono con fredda diffidenza. La fanciulla misteriosa aveva gli occhi chiusi e pareva sofferente. Banjo le toccò la fronte: notò che era un po’ calda. Le sollevò leggermente la testa e, dandole dei colpetti sulla guancia, le disse:
“Signorina, state bene? Mi potete rispondere?”
“Oooh..che è successo? Dove sono?” rispose lei, aprendo incerta gli occhi e guardandosi intorno.
“Siete nella mia villa. Io sono Haran Banjo. Come state?”
Lei si alzò subito, sedendosi sul divano ed afferrandogli le mani disse con tono ammirato:
“Davvero? Siete davvero Banjo? Io…mi chiamo Hitomi Kant, sono una vostra grande ammiratrice! Sapete, ho letto tutto di voi!”
Banjo notò che la sua scollatura era fin troppo vicina, e sudò freddo. Cercando di stare calmo, guardò da un’altra parte e disse: “Ah…ah…da…davvero?”
Le ragazze la guardarono con scarsissima simpatia. Se quella è malata, io sono Don Zauker, pensò Beauty. Reika invece continuava a rimuginare: Ma dove ho già visto quella faccia?
Banjo cercò di cambiare discorso:
“Ehm…ho capito. Che lavoro fa lei?”
“Sono una giornalista del Sunday Tribune. Sono molto lieta di conoscerla”
Aveva ancora un aspetto un po’ affaticato, e Garrison le porse un bicchiere di brandy per riprendersi. Si rivolse a Banjo:
“E’ vero, signor Banjo. La signorina si era presentata a me poco fa. Vuole che le chiami un medico, miss Kant?”
“No, no, grazie. Non è niente. E’ solo un capogiro: mi succede spesso, da quando…” emise un sospiro studiato, poi continuò: “…da quando sono stata licenziata.” concluse, guardando triste il bicchiere vuoto.
“Licenziata? E come mai?” chiese Banjo.
“Avevano troppo personale, dovevano fare dei tagli e io ero appena arrivata. Ormai non ho più scelta: dovrò tornare a casa mia, nella fredda Hokkaido…”si alzò con lentezza, incamminandosi silenziosa verso la finestra, tenendo tra le dita il bicchiere vuoto. Guardò triste le stelle al di là dei vetri.
“Però” aggiunse lei con una voce che le tremava “prima di farlo, volevo almeno vedere di persona, per una volta, il meraviglioso Haran Banjo.”
“Ma non mi ha detto che lo voleva intervistare, signorina?” chiese Garrison.
Nella mente di Hitomi Kant /Fujiko, lei si mise a ballare dalla contentezza. Aveva fatto centro! Garrison ha fatto proprio la domanda che si aspettava. Trattenendo un sorriso e mantenendo l’aria afflitta, si voltò verso Banjo e gli altri, dicendo a voce bassa:
“Sì, era una stupida idea…mi perdoni, signor Banjo. Pensavo che una sua intervista mi avrebbe…permesso di restare…ma basta, sto dicendo delle sciocchezze. Mi scusi, adesso devo andare.”
“Aspetti.” disse l’incauto Banjo. Ormai il suo destino era segnato. “Se vuole intervistarmi, non ci sono problemi. Venga da me domattina e sarò lieto di rispondere alle sue domande.”
“Davvero? Ma non è possibile!” rispose la donna “Io…non saprei davvero come ringraziarla!”
“Non mi deve ringraziare. E’ il minimo che posso fare per aiutarla. Accompagnala, Garrison, e chiamale un taxi.”
“Certo, signor Banjo.”
Una volta uscita, le due donne accanto a Banjo iniziarono a commentare.
“Non mi piace.” disse Beauty, accarezzando il gattino in braccio “E’ troppo scaltra.”
“E’ vero.” aggiunse Reika “E poi quella faccia mi sembra di averla vista da qualche parte. Se soltanto mi ricordassi dove.”
“Vedete inganni dappertutto, voi. Verrà qui, mi farà l’intervista, siamo in quattro più Toppi. Cosa potrebbe farci?” si difese Banjo.
“Non so.” rispose dubbiosa Reika “In ogni caso, voglio fare una telefonata al Sunday Tribune. Voglio sapere se la conoscono. Inoltre, domani sarò con te mentre lei ti intervista. Preferisco essere prudente. Inoltre c’è Lupin che sta mirando a te, e, da quello che ho sentito dire di lui, non è un tipo da sottovalutare.”
“Ci sarò anch’io all’intervista! Se lei è una vera giornalista, avrò il mio nome sui giornali.” aggiunse Beauty.
“Anch’io! Anch’io!” disse Toppi, che saltò su dal suo nascondiglio dietro un mobile del salotto. Aveva sentito tutto.
“Va bene.” disse rassegnato lui “Domani ci saremo tutti, d’accordo?”
“D’accordo, Banjo.” dissero gli altri.

Fujiko uscì con la testa seminascosta dalla mano davanti, con un’aria ancora sofferente, per evitare di essere osservata da qualche poliziotto, mentre Garrison la precedeva. Salì sul taxi in un attimo e partì. Era soddisfatta. Il piano stava andando a meraviglia, nonostante l’intervento di Lupin. Appena Zenigata era entrato nella villa per dare la caccia a Lupin stanato dall’allarme, Fujiko aveva fatto la scenata della ragazza svenuta davanti a Garrison, che l’aveva portata nel salotto della villa, lontano dai poliziotti. Si compiacque con se stessa e disse all’autista:
“Hotel Lafarge, per favore.”
“Certamente, madame.”
Fujiko sussultò. Osservando bene il volto dell’autista, si accorse che aveva la barba di Jigen.
“E’ un po’ che non ci vediamo, Fujiko.” disse il pistolero con un sorriso, mentre il taxi sfrecciava nella notte.

Lupin, sotto i panni di Garrison, iniziò ad incamminarsi con nonchalance verso l’uscita del cancello della villa, mentre il vero Garrison era ancora dentro l’abitazione. Appena mise il piede fuori dal cancello, una mano l’afferrò per il braccio. Era Zenigata.
“Oh…ehm…che sorpresa, Ispettore! Cosa fa qui? Non doveva sorvegliare l’entrata principale della villa?”
“Certo, signor Garrison. Ma quando l’ho vista, volevo assolutamente fermarla: vede, è per via di quella bellissima macchina.” ed indicò l’auto volante di Banjo, che era accanto alla siepe d’alloro della villa. “La Mach Damon. Veramente splendida, sa? Vola addirittura, ho sentito! E somiglia così tanto alle nostre macchine della polizia! Che meraviglia! Sarebbe possibile averle in dotazione? Lupin non ci scapperebbe più!”
“Eh?” Lupin cominciò a sudare freddo “Credo…credo che non sia possibile, signor ispettore…sa, è un pezzo unico!”
“Davvero? Che peccato! Ma la Mach Damon è una gran macchina, però! Vero?”
“Ma certo…bellissima!” sorrise nervoso l’altro.
Le manette scattarono all’istante sul polso del finto Garrison.
“Cosa…cosa sta facendo, ispettore?”
“Ti ho beccato, Lupin.” sogghignò Zenigata “La macchina di Banjo si chiama Mach Patrol. L’avevo chiamata due volte Mach Damon e non mi avevi corretto. Mi sembrava sospetto un maggiordomo che si incammina verso il cancello. D’altra parte, l’assassino è il maggiordomo, lo sanno tutti.” e scoppiò in una risata.
Lupin si tolse la maschera.
“Complimenti, Zazà. Stai migliorando, sai?”
“Questa volta non mi scappi più, Lupin!” Zenigata afferrò il telefonino, senza togliere d’occhio il ladro “Comunicazione alla centrale: ho catturato Lupin! Portate qui il furgone blindato!” Poi chiamò le guardie per telefono: “Venite tutti qui, svelti!”
Chiuse il telefonino, fissando Lupin con maligna soddisfazione.”Hai visto, Lupin? Mai sottovalutare Zenigata!”
“Hai ragione, Zazà. Sei stato bravissimo. Ciao!” rispose lui, salutandolo con un ampio sorriso ed allontanandosi tranquillo. Zenigata guardò sconvolto l’altro capo delle sue manette legate al polso: era desolatamente vuoto. Iniziò ad inseguirlo dicendo: “Fermati, Lupin!” ma non fece neanche un passo e cadde subito a terra. Guardando in basso, si accorse che Lupin gli aveva messo un paio di manette ai piedi.
I poliziotti trovarono Zenigata seduto a terra che sbuffava imprecando e cercando di aprire le manette ai piedi.
“Cosa guardate, imbecilli?” urlò “Lupin è scappato laggiù! Inseguitelo!!”
Ma ormai il ladro era lontano.

Nella camera dell’Hotel Lafarge, Fujiko era seduta accanto al tavolo, mentre Jigen la controllava in piedi, appoggiato al muro e Goemon era seduto a gambe incrociate sul letto. Il samurai aveva gli occhi chiusi, ma si capiva bene che sarebbe scattato subito con la sua spada al minimo movimento sospetto. Fujiko si sentì in trappola: con loro le sue moine non avrebbero funzionato. Ad un certo punto, entrò Lupin, che chiuse la porta dietro di lui.
“Fujiko, amore mio!” esclamò, inginocchiandosi subito davanti a lei “Come ti hanno trattata questi bruti?”
Fece per baciarle la mano, ma lei la ritrasse subito.
“Piantala, Lupin. Non dovevi metterti di mezzo. L’oro di Banjo interessa anche a me!” protestò Fujiko.
“E per questo hai fatto scattare l’allarme della villa? Cattiva, cattiva!” rispose lui, agitando il dito.
“E smettila, Lupin!” esclamò Jigen esasperato “Non capisci che lei è un pericolo?”
“Concordo.” disse Goemon “Teniamola legata qui, così potremo agire in pace!”
“Calma, ragazzi…” obiettò Lupin, mostrando le mani come per fermarli.
“Niente da fare, Lupin” ribattè il samurai “Se Fujiko si mette di mezzo, io me ne vado. Quella combina solo guai.”
“Ma…Goemon…”
“Anche per me è lo stesso.” confermò Jigen, accendendosi una sigaretta “Nemmeno io la voglio tra i piedi. O noi o lei.”
“Un momento, ragazzi” disse Lupin, dirigendosi verso la finestra ed osservando il cielo stellato “la faccenda qui è grossa. Più ancora di quello che pensate.”
“Che vuoi dire?” esclamò Jigen, dubbioso. Fujiko drizzò l’orecchio: ebbe la sensazione che Lupin stava per dire qualcosa di molto importante. Goemon, in apparenza, restò impassibile.
“Non esiste solo l’oro di Banjo. Mentre venivo qui, avevo ascoltato i file principali che avevo duplicato dal computer della villa. Quel bravo ragazzo di Banjo aveva prelevato l’oro da lassù.” spiegò Lupin indicando in alto.
“Lassù dove?” chiese Jigen.
“Su Marte. Laggiù c’è un giacimento d’oro che vale un Perù.”
Tutti restarono a bocca aperta: persino Goemon rimase stupito.

L’astronave atterrò sul cratere di Marte senza fare rumore. Appena scese la scaletta, Koros uscì, dirigendosi verso l’enorme castello che sovrastava la desolazione del pianeta rosso. Don Zauker era quasi tornato in vita. Ma mancavano ancora molti elementi. La donna attraversò una porta gigantesca che diede l’accesso ad un salone più grande di tre stadi di calcio.
“Aura, Altezza Koros!” disse una voce tonante: era l’insieme di tutti i soldati e soldatesse meganoidi che salutarono Koros col braccio alzato nel saluto romano. Lei passò in mezzo a loro lungo un corridoio, quasi come un Mosè che passa in mezzo al mare, salendo poi su alcuni gradini alla cui sommità c’era un trono. Si sedette e convocò i tre comandanti attivi dell’esercito.
“Comandante Harrison. Comandante Demian. Comandante Rasputin.”
“Aura!” risposero tutti, facendo un passo avanti.
“Il momento è vicino. L’Omegatron è quasi pronto. Preparatevi. Presto il mondo sarà di Don Zauker. L’umanità cadrà sotto i Meganoidi!”
Tutti, soldati e capitani, alzarono il pugno al cielo gridando di gioia: le loro voci riempirono minacciosamente l’immenso salone del castello.
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Prossimamente: Il passato di Banjo…

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