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FanFiction: Daitarn 3 contro Lupin III! #17

Capitolo 17: Sandy

Riassunto: Nella villa di Banjo, Fujiko Mine è riuscita a ingannare il pilota del Daitarn e gli altri: dopo averli fatti addormentare con un gas, si prepara a prelevare l’oro della villa.
Lupin, Jigen e Goemon intanto sono su Marte per prelevare l’oro dei meganoidi. Ma Jigen ha affrontato il comandante meganoide Tania Rasputin e sembra sia stato ucciso da lei…

All’inizio, tutto era buio. Poi Jigen si accorse che il fianco gli faceva male. Anche la schiena. Era stata la caduta.
Sì, era caduto: quella donna tutta vestita di nero gli aveva sparato…era caduto da tutto quell’ammasso di lingotti d’oro. Maledizione, quant’era stata veloce. Troppo veloce. Lei l’aveva centrato in pieno, prima ancora che si accorgesse dello sparo. Ricorda ancora quel ghigno, quel suo sguardo folle e spiritato quando l’aveva colpito…Quella donna era un demonio. Non era umana.

Lui aveva cercato di atterrare in piedi, ma il dolore dell’impatto non gli aveva permesso di restare eretto. Era caduto a terra svenuto, e non sentiva più nulla. E adesso? L’avevano catturato?
Si mosse piano, senza farlo capire: prima le dita, leggermente, poi il corpo. Nessuna corda, laccio o simile. Non era prigioniero. Ma l’odore dell’ambiente meganoide era ancora lo stesso: quell’odore asettico e simile all’ammoniaca, quasi come in un ospedale. Era ancora lì. Aprì gli occhi appena: c’era una luce fioca: quella di una candela. Dappertutto era buio. Lui era sdraiato su un panno: accanto, sentiva la presenza di qualcuno. Si alzò di scatto: era una persona inginocchiata a gambe strette davanti a lui. Il suo vestito sembrava quello di un soldato meganoide, ma Jigen capì che la persona era una donna. La vide in volto: aveva un viso giovane e serio, incorniciato da capelli corvini che le scendevano fin quasi sulle spalle, con una frangetta sul mento che Jigen ricordava bene.
“S…Sandy? Sei tu?” chiese lui, completamente spiazzato.
Lo schiaffo partì come un fulmine.
“E’ il minimo che ti meriti” esclamò la ragazza, guardandolo furiosa.
“Non me l’hai ancora perdonata?” rispose lui, toccandosi la guancia dolorante.
“Per forza!”

Anni fa, Jigen non conosceva ancora Lupin III ed era uno degli uomini di punta del clan mafioso Cardona di Chicago: i tempi del proibizionismo e di Al Capone erano finiti da lungo tempo, ma la criminalità rimaneva assai potente ed influente. Jigen preferiva comunque essere un cane sciolto: partecipava ai lavori di Cardona solo se gli garbava la proposta.
Quella sera si stava dirigendo verso il suo appartamento, percorrendo una strada diversa (ogni giorno cambiava percorso per sicurezza), quando vide un negoziante che stava trattenendo per la mano una ragazza che tentava di sfuggirgli.
“E’ inutile che tenti di scappare, ladra! Hai cercato di rubare la frutta: adesso arriva la polizia e ti arrestano!”
La ragazza si dibatteva protestando, ma non c’era niente da fare: il fruttivendolo era troppo grosso per lei. Era scarmigliata, coi capelli neri, vestita di stracci: avrà avuto sì e no quindici anni. Jigen si avvicinò al negoziante e, con una banconota in mano, disse:
“Un chilo di mele. E anche quello che ha rubato la ragazza”
I due lo guardarono sorpresi.
“Aspetti solo un momento” rispose l’uomo “tra poco arriva il poliziotto per questa ladra”
“Sei sordo?” replicò Jigen, seccato “Ho detto che pago anche per lei”
“Come? Paga per lei?”
“Certo. La lasci andare, quindi”
“Mi spiace, ma non posso. Questa ladruncola ha già colpito in passato, se la lascio andare tornerà ancora a colpire. Adesso che finalmente finisce dentro, staremo più tranquilli”
“Le prigioni di Chicago sono delle topaie. La lasci andare. Se finisce là dentro, tira le cuoia di certo”
“Adesso basta! Non ti intromettere…”
Jigen l’afferrò subito per il bavero, soffocandolo quasi.
“Stavi dicendo?”
Le loro facce quasi si toccavano. Il negoziante impallidì: Jigen aveva una presa di ferro. La ragazza ne approfittò per scappare e il pistolero abbandonò la presa, allontanandosi.
“Ho cambiato idea. Non ho più voglia di mele. Buona serata”
Il fruttivendolo cercò di riprendere fiato, spaventato, mentre osservava con sollievo l’altro allontanarsi.
Jigen aveva appena camminato per un pò, quando si accorse che qualcuno lo pedinava. Si infilò in un vicolo ed afferrò subito l’inseguitore: era la ragazza di prima. Rimase senza parole per un attimo. Poi sbottò:
“Perché mi segui?”
“Non lo so”
Jigen sentì che il braccio di lei era assai magro. Non doveva mangiare molto. La lasciò andare.
“Come ti chiami?”
“Sandy”
“Bene. Senti, Sandy, vai a casa. Non sarai così fortunata la prossima volta”
“Non ho una casa”
La ragazza sembrava stanca. Jigen le toccò la fronte.
“Ma…hai la febbre! E vai in giro così? Vieni, sciocca!”
Jigen la portò in appartamento e, dopo averle dato una medicina, la fece dormire sul suo letto; lui si addormentò pensieroso sul divano, con la pistola vicino.
E adesso cosa faccio? si chiese.

Da allora, Jigen e Sandy divennero inseparabili: lei era diventata un aiuto importante per il pistolero: sapeva raccogliere informazioni, aveva imparato la manutenzione delle pistole, era diventata insomma il suo braccio destro. Nel frattempo, i rapporti di Jigen col clan Cardona cominciarono a guastarsi.
“Vorrei sapere perché rifiuti questa offerta” disse con calma il vecchio Cardona. Ma si vedeva che era infuriato. Gli altri uomini fissarono cupi Jigen senza dire nulla. Seduto di fronte al capo, lui si accese una sigaretta con calma prima di rispondere.
“L’ho già detto una volta, Cardona, e lo ripeto: non lavoro per te. Sono un sicario a pagamento e lavoro se mi aggrada”
“Non farai certo carriera comportandoti in questo modo” disse Donovan, il pistolero ufficiale di Cardona.
“Sei gentile a preoccuparti per me, Donny-boy”
L’altro ebbe un gesto di stizza. Jigen sapeva che Donovan odiava quel diminutivo.
“Jigen” disse il vecchio, cupo “non è saggio dirmi di no”
“Trovati un altro scagnozzo. Buona giornata” concluse lui, alzandosi ed uscendo dalla stanza. Gli uomini intorno a Cardona osservarono il loro capo, che annuì in silenzio.
Jigen sapeva che la terra intorno a lui iniziava a scottare. Lui e Sandy avrebbero dovuto andarsene subito da Chicago. Anzi, dall’America, per un po’, per sicurezza. Magari in Giappone. Si diresse pensieroso nel suo appartamento, e rimase sorpreso appena aprì la porta. Era sfatto e in disordine, coi segni di una lotta. Su un foglio trovato per terra, c’era un messaggio degli uomini di Cardona, che spiegavano per filo e per segno cosa sarebbe successo a Sandy se lui non avesse fatto quel lavoro. Jigen accartocciò il foglio con rabbia, senza dire nulla.
Se volete il gioco duro, l’avrete.

Il clan Cardona cessò di esistere quella notte. A Chicago ricordano ancora le esplosioni a catena che si susseguirono su tutti i magazzini, case da gioco, e ogni cosa fosse di proprietà del clan. Jigen penetrò con un camion direttamente nella villa di Cardona, facendo una strage di tutti i suoi uomini, compreso Donovan, ed eliminando anche il vecchio. Sandy era ferita per le botte prese, ma illesa. I due se ne andarono da Chicago a bordo di una macchina di seconda mano: Jigen era al volante, fasciato alla bell’e meglio, e Sandy dormiva esausta sui sedili posteriori. Mentre i fari della macchina illuminavano la strada nella notte, Jigen si accese una sigaretta e rifletté. Era il momento di fare una decisione.

Sandy non ne era per niente contenta, e, mentre cambiava le bende a Jigen, ribattè con forza:
“Perché mai dovrei separarmi da te? Noi siamo insieme! Siamo un gruppo, Jigen! Non voglio andarmene! Né ora, né mai”
“Sandy” rispose lui, gemendo un attimo: la ragazza gli aveva stretto troppo forte la benda “La mia strada è troppo pericolosa per te. Non avrei dovuto coinvolgerti sin dall’inizio nelle mie cose. In quel collegio crescerai bene e ti farai una vita normale”
“Non mi interessa fare una vita normale! Voglio stare con te!”
Jigen era l’unica persona che l’avesse trattata bene: Sandy non poteva nemmeno pensare ad una vita senza di lui.
Il pistolero la fissò negli occhi.
“Sandy. Se mi vuoi bene, farai come ti dico”
La ragazza capì che non c’era niente da fare.

Il collegio di Lakewood era uno dei più rinomati, e Jigen aveva fatto in modo che la retta le fosse sempre pagata. Dopo che la ragazza fu ricevuta dalla direttrice, Suor Grey, Sandy incontrò per l’ultima volta Jigen nel parlatorio. Ovviamente, entrambi si erano registrati con nomi falsi. Ma laggiù nessuno poteva sentirli.
“Jigen” sussurrò lei “Avrei voluto stare con te. Perché non hai voluto?”
Lui non sapeva cosa rispondere.
“Sandy…qui starai bene. Con me, rischi di morire o peggio. Non voglio che ti succeda. Trovati un bravo ragazzo e costruisciti una tua vita.”
“Ma perché? Almeno scrivimi!”
“Se lo facessi, ti metterei in pericolo. Credimi, è meglio così. Addio, Sandy”
Jigen si voltò e iniziò ad andarsene. La ragazza gli corse incontro abbracciandolo da dietro e singhiozzando:
“Ti prego, non andare via!”
Jigen rimase turbato. Avrebbe voluto ascoltarla. Avrebbe voluto restare. Andare via, scappare con Sandy. Insieme. Sarebbe stato bello. Ma non poteva. Con uno sforzo, si staccò da lei e si allontanò senza voltarsi. Sandy, sconvolta, osservò Jigen che se ne andava. Quando sparì dalla sua vista, si accasciò inginocchiata sul pavimento, nascose il volto tra le mani e iniziò a piangere.

Per Jigen ci volle molto tempo per dimenticarla. Ed ora, su Marte, in mezzo a una banda di meganoidi mezzi umani, mezze macchine e completamente pazzi, Jigen si trovò davanti proprio lei. L’ultima persona che si aspettava di vedere.
“Cosa ci fai qui, Sandy?” chiese lui, sconcertato. Ma subito la sua bocca divenne una smorfia di dolore: aveva sentito una fitta feroce al fianco. Si osservò il punto: era bendato, e si vedevano le macchie di sangue.
“Non ti muovere, Jigen. Ti ho curato come potevo, ma è meglio se ti riposi” lo avvertì Sandy.
Il pistolero si rimise in posizione sdraiata, mentre lei rinnovava le bende.
“Sandy…sei una meganoide, adesso?”
La donna rimase in silenzio per diverso tempo. Poi, guardando fissa in un punto del pavimento, inziò a raccontare:
“Dopo che mi avevi abbandonata in quel collegio, volevo cercare assolutamente di tornare da te. Non mi avresti mai accettato di stare con te perchè ero troppo debole: per questo, avevo iniziato a specializzarmi con le pistole. Ma non avrei mai raggiunto il tuo livello. Alcune mie amiche mi avevano parlato di questa possibilità di diventare meganoidi per raggiungere livelli superiori a quelli umani: alla fine, accettai di diventarlo, pur di poter tornare accanto a te. E poi, all’improvviso, oggi ti ho rivisto proprio qui, insieme a Lupin. E avevo visto che la mia superiore, Rasputin, ti aveva messo gli occhi addosso: è una pazza sanguinaria, ed ama affrontare pistoleri abili. Sapevo che, per quanto tu fossi in gamba, non ce l’avresti mai fatta, con lei. Per salvarti, quindi, mi ero rifugiata subito al laboratorio dove costruiscono meganoidi robot simili agli umani e ne ho fatto uno simile a te. Ti ho sostituito con quel meganoide quando eri caduto a terra. Gli avevo messo addosso anche il tuo cappello e i vestiti, oltre alla pistola”
Jigen non credeva alle sue orecchie.
“E hai fatto tutto questo in così poco tempo?”
“Non è stato facile, ma sono stata fortunata. Rasputin ha perso tempo a riempire di buchi la tua copia…”
Sandy iniziò a piangere in silenzio. Jigen la abbracciò, ed entrambi rimasero così per diverso tempo, pensando ad un passato ormai lontano.

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