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FANFICTION: Daitarn 3 contro Lupin III! #16

Capitolo 16: Lupin e compagni in azione; poi, il primo incontro tra Garrison e Banjo.

Riassunto: Fujiko Mine, la donna della banda di Lupin, facendo finta di essere una giornalista, intervista Banjo per avvicinarsi a lui e rubare il suo oro. In questo momento, Banjo sta raccontando alla falsa giornalista il suo passato: dopo essere fuggito da Marte ed essere accolto da Garrison, vuole vendicarsi dell’inganno di Don Zauker uccidendo il padre di Beauty.
Intanto, Lupin III e i suoi compagni hanno raggiunto su Marte la base dei meganoidi per rubare l’oro ivi nascosto, ingannando Koros. Infatti, Lupin sostiene di poter curare Don Zauker, diventato completamente inerte dopo l’ultimo scontro con Daitarn III, usando il sangue di Koros. Goemon e Jigen, scappati dalle prigioni dei meganoidi, si dirigono in strade diverse: il primo vuole recuperare la sua spada, il secondo si dirige verso l’oro. Ma, insieme all’oro, trova la comandante meganoide Rasputin, esperta pistolera…

I meganoidi cercarono in continuazione quell’ombra che li aveva distratti: un intruso era entrato nella base? Eppure non vedevano nulla. Goemon, nascosto in una camera chiusa, riprese fiato. La schermatura anti-meganoide che Lupin aveva dato loro funzionava: gli apparecchi meganoidi non potevano così percepire la presenza umana. Una delle tante sorprese che Lupin aveva sviluppato dagli appunti di Sozo che aveva duplicato alla villa di Banjo.
“Cosa facciamo?” chiese un meganoide al suo collega “Avvisiamo Sua Altezza Koros? Forse c’è un intruso qui.”
L’altro scosse la testa.
“Hmm. Aveva dato ordine di non essere disturbata. Non credo sia saggio contraddirla. Avvertiamo prima i comandanti, per sicurezza”
Dopo un paio di chiamate, i soldati conclusero:
“Il comandante Harrison ci lascia carta bianca. E’ sempre troppo tranquillo, quello”
“E il comandante Demian?”
“Ha detto di non preoccuparsi: la situazione è sotto controllo”
“E la..”
“No. Lei no. Non ho nessuna voglia di parlare alla comandante Rasputin. Sei pazzo? E’ capace di ammazzarti solo perché non hai saputo identificare l’intruso”
“Hai ragione. Continuiamo a cercare”

In effetti, dei tre comandanti, Tanja Rasputin era la più temuta: comandava col pugno di ferro la sua divisione femminile, definita addirittura “spartana”. Imponeva le antiche regole tipiche dei Cosacchi del Don, famosi per la loro disciplina e spietatezza: era chiamata “Ataman” (capitano) dalle sue soldatesse. Inoltre, la sua abilità con le pistole non aveva eguali, come Jigen scoprì subito.
Nella sala del tesoro, dove Rasputin e Jigen stavano combattendo il loro duello con le pistole, gli spari si susseguivano velocemente, per poi ricadere in un cupo silenzio: poi ricominciavano. Jigen era impressionato: non solo la mira della donna era straordinaria, ma poteva spostarsi da un punto all’altro con estrema facilità. Il suo corpo meganoide le permetteva di muoversi con velocità superiori a quelle umane. Un’ombra animata si mosse poco distante: Jigen sparò in un attimo, ma l’ombra era già scomparsa. In compenso, una pallottola fischiò ad un millimetro dalla sua faccia, lasciando una leggera scia di bruciato sulla guancia. Jigen impallidì e si ritirò al riparo.
Ricaricando in fretta la pistola, soppesava intanto la situazione. Era stato colpito più volte di striscio, e ormai la sua giacca aveva una collezione di strappi dovuti al passaggio delle pallottole: era ridotta da schifo. E lei, non era riuscito neanche a sfiorarla. Peggio, le pallottole stavano diminuendo.
Avrebbe potuto farmi fuori da tempo, con le sue abilità inumane. Sta solo giocando con me. Ma presto si stancherà. Sono svantaggiato: devo trovare un modo per beccarla…
Jigen si guardò attorno, e gli venne un’idea. Una possibilità c’era. Ma piccola davvero.
Nello stesso tempo, da un’altra parte della sala del tesoro, Tanja Rasputin si stava divertendo. Finalmente qualcuno che poteva resistere per più di due minuti contro di lei. Forse, poteva persino fare sul serio. Si alzò sorridendo e caricando con calma la sua pistola. Nelle prove usava le pistole laser, più difficili da usare, ma nei combattimenti veri e propri adorava usare le armi vecchio stampo. Il rinculo del tamburo era qualcosa alla quale lei non poteva rinunciare. Saltò su un alto mucchio di lingotti d’oro, senza fare il minimo rumore, tenendo nelle mani entrambe le pistole: era arrivato il momento di concludere. Aveva identificato la scura sagoma di Jigen che si era nascosta tra due pile di lingotti d’oro: prese la mira con calma verso l’avversario. Poi si volse di scatto e sparò: Jigen, alle sue spalle, fu colpito in pieno. Insieme allo schizzo di sangue, il suo cappello volò via per un attimo, seguendo poi nella caduta a terra il suo padrone.
“Il vecchio trucco del fantoccio, Jigen Daisuke” disse divertita la comandante “Mettere lì dei vestiti e nasconderti da un’altra parte, per sparare alle spalle. Questa tecnica non funziona per noi cosacchi, gunslinger. O pistolero, se preferisci.”
Camminando serena ai bordi della pila di lingotti d’oro, dall’alto Rasputin osservò il corpo inerte di Jigen a terra, col volto coperto dal cappello. Saltando da lassù, gli si avvicinò e, alzando le pistole, fece scattare i cani delle armi, dicendo soddisfatta:
“Ricordati di me nel luogo dove andrai, gunslinger.”
Scaricò tutte le due pistole contro il corpo di Jigen, bucherellandolo come un groviera. Alla fine, rimase solo un cadavere sanguinante e quasi ridotto a brandelli.
“Anche questa è fatta” concluse la donna, ricaricando le armi e rimettendole nelle fondine. “Ora bisognerà pensare agli altri due idioti…eh?”
Una luce accecante le apparve alle spalle: voltandosi stupita, si accorse che l’oro che era lì un momento fa non c’era più. Si voltò di nuovo: il cadavere di Jigen era ancora lì.
Cosa diavolo è successo? Dov’è finito l’oro? si chiese lei, confusa.

Pochi minuti prima, Koros e Lupin, all’infermeria, stavano osservando il dottore dei meganoidi, Moreland, attendendo la sua risposta. Lisciandosi un attimo i suoi baffi, questi cercò di capire la situazione, chiedendo:
“Il suo sangue, altezza Koros? Vuole che le prelevi il suo sangue per iniettarlo in Sua Eccellenza Don Zauker?”
“Basteranno pochi decilitri. E’ una normale trasfusione, doc!” spiegò Lupin.
“Tu, stai zitto!” disse dura Koros “Non mi fido ancora di te. Una mossa falsa e ti ammazzo, ricordalo! Dottor Moreland, cosa ne pensa?”
“Si può prelevare il suo sangue, altezza, se desidera, ma non so se possa funzionare per svegliare il Maestro…”
“Dobbiamo fare tutto il possibile per svegliare al più presto l’eccelso Don Zauker! L’Omegatron è già attivo, ormai è questione di poco tempo!”
Omegatron? Che sarebbe? si chiese Lupin, perplesso. Questa proprio non la sapeva.
“Come desidera, Altezza. Si sieda e mi mostri il braccio, per favore.”
Koros eseguì senza parlare. La guardia teneva Lupin sotto osservazione puntandogli contro il fucile. Mentre la siringa iniettata iniziava a prelevare il sangue della donna – un rosso brillante, diverso da quello umano – Lupin sudava freddo. Ora tutto si decideva in quell’attimo. Se gli appunti del dottor Sozo fossero stati errati, questa sarebbe stata la sua fine.
All’improvviso Koros si sentì bloccata e incapace di muoversi.
“Cosa…cosa mi succede?” disse a fatica.
Perfetto, si disse Lupin. Voltandosi subito, approfittando dell’attimo di stupore della guardia, afferrò il fucile e sbattè il calcio dell’arma sul mento della guardia, facendola tramortire all’istante. Poi fece lo stesso col dottore, che cadde a terra svenuto. Si trovò davanti alla figura di Koros seduta e immobile, ora incapace di parlare, con gli occhi che lanciavano fiamme d’ira.
“Penso che ti chiederai perché non puoi più muoverti” spiegò Lupin “Vedi, tesoro, il dottor Sozo doveva conoscerti bene. I suoi appunti dicono che prelevare del sangue da un meganoide di classe “A” – appunto tu, che sei l’unica ad esserlo – comporta il suo immobilismo totale. Non preoccuparti, durerà solo una decina di ore. Nel frattempo, ovviamente, non potrai chiamare nessuno”
Si guardò l’orologio “Oh, si è fatto tardi. Scusa, tesoro, ma devo scappare. I soliti affari, sai. Non essere triste, è stato bello! Ciao!”
Lupin diede un bacio sulle labbra di Koros, che semplicemente bruciava dentro di sé dal desiderio di muoversi e strozzarlo. E’ una fortuna per il ladro che non si possa ammazzare con lo sguardo. Lupin prese la fiala col sangue di Koros, aggiungendo:
“E poi, hai fatto una buona azione, tra l’altro. Il tuo sangue servirà a guarire Kelly, una bambina fatta ammalare indirettamente dai tuoi uomini. Fa’ conto che questo bacio te l’abbia dato lei. Au revoir, tesoro: teniamoci in contatto.”
Il ladro uscì dalla porta, tenendo in mano il fucile della guardia meganoide e indossando una maschera simile alla sua. Ovviamente si era già messo addosso i suoi vestiti. Mentre si stava dirigendo verso l’hangar dove c’era la loro astronave, cercò di contattare Goemon e Jigen. Il suo orologio-strumento indicava che il sistema di teletrasporto dell’oro aveva funzionato efficacemente. Però nessuno dei due rispondeva. In particolare, la comunicazione con Jigen era completamente interrotta, mentre quella con Goemon rimaneva sempre aperta, anche se lui non rispondeva ancora.
Strano, si disse preoccupato. Cosa sarà successo a Jigen?

Il racconto di Banjo ormai era arrivato alla fine. Davanti alla falsa giornalista, iniziò a raccontare quello che fece appena ritornato sulla Terra nella villa di Garrison:
“Sì…” iniziò imbarazzato “…non so se volevo uccidere il padre di Beauty, in quel momento ero fuori di me. Mia madre e mio fratello erano morti, mio padre mi aveva tradito, ero solo al mondo e pieno di rabbia per il tradimento. E anche il padre di Beauty lo consideravo un traditore. Era stato quasi come un altro padre per me: mi aveva portato alle fiere, mi faceva sempre il regalo di compleanno, mi portava a vedere i suoi possedimenti e a giocare nei suoi parchi…certi ricordi felici della mia infanzia erano dovuti proprio a lui. Per questo, la delusione e la rabbia che avevo verso di lui fu terribile. Con una pistola in mano, ero riuscito ad infilarmi di nascosto nella villa di Shinichi Tachibana – così si chiamava il padre di Beauty – e a percorrere in silenzio le buie sale, in cerca dell’uomo che volevo uccidere. Era notte fonda, e stranamente nella villa non c’era nessuno. Cominciai a pensare che lui non fosse lì: forse era scappato. All’improvviso, inaspettatamente, notai una luce, e mi incamminai in quella direzione: era un camino acceso, in una grande sala, dove una persona ravvivava il fuoco in silenzio, gettandovi ogni tanto qualche coccio di legno. Era lui. Mi avvicinai con la pistola in pugno: volevo vederlo in faccia prima di sparargli”
I dialoghi della scena vennero tutti in mente a Banjo, come se fosse stato ieri.
“Chi è?” chiese l’uomo, spaventato, pensando che fosse un ladro.
“Non mi riconosci, Tachibana?”
“Non è possibile…Banjo? Sei tu? Sei vivo? Cosa ti è successo? Tuo padre dov’è?” rispose l’altro, sconvolto, alzandosi dalla poltrona.
“Dovresti saperlo bene, Tachibana. Hai partecipato al progetto di Krask anche tu.”
“Certo, ma non so più nulla di lui da un mucchio di tempo. La Krask Corporation non ha mai voluto rispondere alle mie domande, e non sapevo che fare. Cosa è successo ai tuoi capelli, ragazzo? Sono diventati verdi!”
“Lascia stare i miei capelli! Krask si è trasformato in meganoide, e voleva trasformare in meganoide anche me! Ha ucciso mia madre e mio fratello!” gridò esasperato Banjo. Non riusciva più a trattenere la sua rabbia.
“Cosa?” sussurrò sconvolto Tachibana “E…e il dottor Sozo? Tuo padre?”
“E’ diventato alleato di Don Zauker”
“Chi?”
“Don Zauker. Krask si fa chiamare così adesso. Mio padre mi ha tradito!!! E anche tu, Tachibana! Ora la pagherai!”
Banjo alzò l’arma puntandola verso l’uomo, che però non si mosse. Con calma, anche se impaurito, disse:
“Banjo, puoi credermi o meno. Ma di queste cose non ne sapevo nulla. Dall’ultima volta che eravate partiti di nuovo per Marte – due anni fa – sentivo che c’era qualcosa che non andava. E non rispondevano più alle mie chiamate. Eravate semplicemente scomparsi tutti dalla faccia della Terra. Avevo pensato di rivolgermi alla polizia, ma alcuni uomini misteriosi mi avevano minacciato e mi avevano fatto capire che era meglio non intromettermi. Avevano minacciato di uccidere mia figlia, quindi sono rimasto in silenzio. Non sapevo cosa fare.”
“Vostra figlia?” chiese Banjo sorpreso, abbassando l’arma. Si era dimenticato di lei. “Beauty?”
“Ciao, papà!” disse all’improvviso una voce allegra dietro di loro. Beauty Tachibana era appena entrata, a loro insaputa. Portava una borsa a tracolla. I due si voltarono sorpresi e stupefatti. La ragazza bionda si avvicinò a loro sorridendo: si tolse il cappotto e lo appoggiò ad un divano vicino al camino e vi si sedette. Portava una T-shirt bianca e una gonna corta rosa e aveva l’aria più tranquilla di questo mondo. Banjo nascose subito l’arma dietro la schiena, imbarazzato. La ragazza lo stava guardando incuriosita.
“Beauty, non devi venire a casa così all’improvviso, senza avvisare!” la rimproverò Tachibana.
“Su, papà, non fare così!” rispose lei seccata, aggiustandosi i capelli “Ho voluto farti una sorpresa” aggiunse, frugando nella borsa ed estraendo una coppa che mostrò orgogliosamente ai due: “Ho vinto il primo premio al torneo di tiro con l’arco!”
Il padre non fu sorpreso di questo: collezionare vittorie sportive e artistiche era l’hobby di Beauty. Non sapeva più dove mettere le coppe e premi che vinceva. Però ne era molto contento. Afferrò la coppa e la ammirò con piacere.
“Sei stata bravissima, Beauty. Ah, scusa, non ti ho ancora presentato il ragazzo. Ti ricordi di Banjo?”
La ragazza si alzò verso di lui, per un momento incerta, poi lo riconobbe subito e lo abbracciò.
“Ma sì, sei proprio tu, Banjo! Quanto tempo! Ma che ti sei fatto ai capelli? Non sono male così però, sai?”
Il fiume di parole di Beauty fece ammutolire il ragazzo, che non sapeva cosa dire. Per errore, lasciò cadere la pistola, che Beauty notò subito.
“Una pistola?”
Banjo la raccolse subito, sorridendo: “Ah, sì, sai, avevo vinto un torneo di tiro al bersaglio con questa…”
“Tiro al bersaglio?” la ragazza appariva poco convinta. Ma il padre intervenne subito:
“No, Beauty, è una faccenda più seria. Io e Banjo stavamo parlando proprio di questo. Siediti, e anche tu, Banjo. Dobbiamo parlare”
“Giusto. Dobbiamo parlare tutti quanti” disse una voce. Era Garrison Tokida, che era arrivato alla villa di Tachibana seguendo le tracce di Banjo: voleva evitare che il ragazzo facesse una sciocchezza. Per fortuna, non era successo nulla. Si tolse i guanti e si avvicinò al fuoco, dicendo a Tachibana con un inchino:
“Sono Garrison Tokida, il tutore del signor Banjo. Mi scuso per non essermi presentato prima e per essere entrato di soppiatto. Ma capirà che le circostanze lo imponevano…”

“Da quell’incontro” concluse Banjo “ci organizzammo per affrontare i meganoidi“ Banjo soffocò uno sbadiglio, e continuò. Si sentiva intorpidito. “Tachibana mi avrebbe offerto il suo aiuto organizzativo, Garrison la sua villa e Beauty – nonostante le mie proteste – volle starmi vicino come assistente. Affrontai diverse volte i meganoidi, e anche i comandanti diventati megaborg, usando il Daitarn 3: da allora diventai famoso tra i meganoidi come ‘il famigerato Haran Banjo’. Nello scontro contro il comandante Sandrak, conobbi Reika dell’Interpol, che da allora…mi è sempre …stata…vicina…” Banjo non riuscì a trattenere lo sbadiglio, stavolta.

La giornalista si accorse che lui sembrava stanco. Anche troppo, forse.
“Forse vi ho fatto parlare troppo, signor Banjo…” si scusò, sollevando la testa dai suoi appunti ed osservando il registratore acceso: la spia lampeggiava.
Lui si scosse e riprese: “No, tutto bene, scusi, solo che mi è venuta una sonnolenza improvvisa…”
“Anche a me…” disse Toppi, con gli occhi semichiusi.
“Forse è meglio se preparo un po’ di caffè. Ho un po’ di sonnolenza anch’io” consigliò Garrison.
“Buona idea” affermò Reika, mentre Beauty sbadigliò all’improvviso.
“Anche per me, allora, un caffè, per favore” disse la giornalista.
“Certamente” rispose il maggiordomo, allontanandosi. Ma crollò a terra dopo pochi passi.
“Garrison!” gridò Banjo alzandosi, o meglio, tentando di alzarsi. Ma cadde sul divano sprofondando nel sonno più totale. Pure Toppi e Beauty non riuscirono a tenere gli occhi aperti e si addormentarono. Solo Reika Sanjo riuscì a stare sveglia.
“Cosa…è successo?” chiese lei, estraendo stancamente la pistola.
“Si sono addormentati, miss Sanjo” disse la giornalista, spegnendo il registratore. “Un gas inodore che diventa sempre più efficace a mano a mano che passa il tempo. Ovviamente, su di me non funziona.”
“Non…è possibile” disse l’altra, puntando la pistola verso la giornalista e cercando di tenere a fuoco l’immagine “Ho tenuto d’occhio il tuo registratore…non…non aveva fatto niente!”
“Infatti, è un comunissimo registratore. Ci avevo girato attorno proprio perché tu lo osservassi con sospetto. Il gas invece partiva da un piccolo strumento che avevo attaccato alla porta quando mi avevate portata qui svenuta. Non potevate vederlo, era troppo piccolo: io l’avevo attivato appena ero tornata qui ad intervistarvi. Dormirete per un bel pezzo”
Reika cercò di resistere, ma le parole della giornalista la fecero addormentare ancora di più. Crollò sul divano, lasciando cadere la pistola.
“Sono proprio un tipo noioso, vero? Mi spiace, cara” commentò ironicamente la giornalista, mentre si spogliava mostrandosi in tuta nera e liberando i capelli. Fujiko Mine era pronta: tra poco l’oro di Banjo – e quello dei Meganoidi – sarebbe stato tutto suo.

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