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FanFiction: Daitarn 3 contro Lupin III! #15

Capitolo 15: Lupin e compagni in azione; poi, il primo incontro tra Garrison e Banjo.

Riassunto: Fujiko Mine, la donna della banda di Lupin, facendo finta di essere una giornalista, intervista Banjo per avvicinarsi a lui e rubare il suo oro. In questo momento, Banjo sta raccontando alla falsa giornalista il suo passato: dopo essere fuggito da Marte, arriva alla villa di Garrison Tokida, un vecchio amico di suo padre…
Intanto, Lupin III e i suoi compagni hanno raggiunto su Marte la base dei meganoidi per rubare l’oro ivi nascosto, ingannando Koros. Infatti, Lupin sostiene di poter curare Don Zauker, diventato completamente inerte dopo l’ultimo scontro con Daitarn III. La donna non si fida di loro e imprigiona Jigen e Goemon in gabbie elettrificate, mentre Lupin le dovrà dare i dati per salvare Don Zauker.

Quello sbadiglio che Lupin aveva fatto era il segnale. Jigen e Goemon, in gabbie separate ed elettrificate, avevano finora osservato in silenzio il loro compagno che parlava con Koros, facendola distrarre con grande abilità: alla fine, lui era riuscito a far sì che tutte le guardie se ne andassero e rimanessero solo loro due: Lupin e Koros. Oltre, ovviamente, ai due in gabbia.

Davvero diabolico, quell’uomo…pensò Jigen con un sorriso. Si tenne pronto, come pure il suo amico samurai: quel segnale significava che tra un po’ sarebbe stato il momento di muoversi.

“Per guarire Don Zauker è necessario prelevargli…il…il sangue? Lui non ha sangue, Lupin! Che diavolo dici?” disse Koros sconcertata.
“Non parlavo del sangue del suo corpo, mia cara. Parlavo del tuo.”
“Il mio?”
“Sì. Tu non sei un meganoide come gli altri, Koros. Sei stata forgiata ad immagine del tuo signore. Il tuo sangue si è trasformato in una copia vivente di quella di Don Zauker. Solo in questo modo, infatti, poteva esserci quella simbiosi delle menti che c’è sempre stata tra di voi. Così dicono gli appunti del nostro bravo dottor Sozo.”
Koros stette in silenzio, osservando il ladro con aria dubbiosa. Tenne una mano sotto il mento e rifletté.
C’è del vero in quanto ha detto. In tutti i tentativi fatti per rianimare Don Zauker, non ho mai pensato a questo. Forse ha ragione. Forse è l’unico modo. Però…
“Una volta che si è prelevato il mio sangue, che cosa se ne dovrebbe fare?” chiese la donna, diffidente.
“Ci sono certe informazioni sul nostro corpo che solo il sangue ci può dare. Il DNA è utile, ma indica solo le linee guida, troppo generiche per “rianimare” una persona. Ricorda poi che un cervello deve essere irrorato dal sangue, quindi un po’ di sangue Don Zauker deve averlo. Però è rimasto, come dire, “danneggiato”. Sostituendolo con sangue fresco – il tuo, appunto – lui tornerà fresco come prima. So che sembra una cosa un po’ stile “Conte Dracula”, d’altra parte il tuo Don Zauker un po’ ci somiglia…”
La sberla partì col rumore di uno schiocco.
“Non permetterti di deridere il mio signore!” gridò furiosa Koros.
Lupin si massaggiò la guancia: era stato uno schiaffo di tutto rispetto. La sua testa era piena di campane che suonavano a festa.
“Hai le mani pesanti, milady…bè, a parte questo, cosa decidi di fare?” chiese Lupin, mentre tirava via la chiave USB e la lanciava in alto, giocherellando.
Koros era stizzita. Non aveva scelta. Doveva provare.
“Va bene! Ma tu verrai con me. Non ti voglio perdere di vista un solo secondo. Cammina davanti!”
“Lo sapevo che mi trovavi irresistibile, bellezza. Il mio fascino è sempre stato devastante…”
Lei preferì non replicare. Ne aveva abbastanza della sua ironia. L’avrebbe ammazzato appena sarebbe finita questa storia.
I due si diressero verso la porta principale, ignorando Jigen e Goemon, ancora imprigionati nelle gabbie, che rimasero soli nell’enorme stanza computerizzata (a parte ovviamente Don Zauker, ma nel suo stato la sua presenza era irrilevante).
Appena uscirono, Jigen estrasse il filo di gomma che aveva nascosto nelle maniche della giacca. Anche Goemon fece lo stesso. Con velocità e destrezza, tagliarono un paio di sbarre con quello strumento: sembrava un normalissimo filo di gomma, ma era fatto di un materiale altamente isolante, sul quale l’elettricità non funzionava, e, una volta attorcigliate attorno alla sbarra, bastava tirarle agli estremi per tagliare con calma la sbarra e scappare.
Loro erano stati imprigionati mille volte in diversi modi: questa gabbia elettrificata era normale routine. Quel “filo speciale”, inoltre, era l’invenzione di uno scienziato, che Lupin aveva trafugato tempo fa. Certe scoperte gli interessavano sempre: erano assai utili per il suo “lavoro”.
Una volta usciti, si nascosero silenziosamente dietro alcuni macchinari e non si mossero. Jigen iniziò a parlare, sussurrando:
“Ho visto il codice di apertura della porta. Si può aprire, ma ci saranno decine di meganoidi in giro.”
“Sapresti trovare l’oro? L’oro dei meganoidi?” disse Goemon, pensieroso.
“Certo. Basta usare questo piccolo rintracciatore. Il problema è arrivare fin laggiù. Interi.”
“Bene” concluse il samurai, alzandosi e digitando il codice.
“Cosa fai?” sbottò l’altro, allarmato.
“Non muoverti” comandò deciso Goemon “Io li attirerò a me, distraendoli. Così, avrai via libera”
“Non essere stupido! Sei disarmato! Anch’io non ho la pistola…”
“Proprio per questo. Rivoglio la mia spada. E sento la sua posizione. Vado da lei. Anche per questo ci separiamo. Addio, Jigen”
Il samurai scomparve appena aperta la porta. Seguirono urla concitate e passi di inseguimento. Il pistolero iniziò ad uscire dal nascondiglio e a dirigersi verso l’oro, muovendosi cautamente. Qualcosa però lo turbava.
Perché mi ha detto “addio”?
La risposta era semplice. Goemon aveva percepito la pericolosità del comandante meganoide Demian: con la spada era persino più veloce di lui. Sapeva che avrebbe dovuto affrontarlo, e che forse non ne sarebbe uscito vivo.

Jigen si mosse di soppiatto, radente alle pareti: riuscì – anche se a fatica – ad eludere le guardie. In quanto a silenziosità, aveva imparato molte cose da Lupin. Non era un caso se la maggior parte dei colpi era stata fatta da loro due. Arrivato al portone che lo strumento gli indicava, lo studiò con calma, usando le tecniche che gli aveva insegnato Lupin. Il portone si aprì senza far rumore. L’oro, tutto in lingotti, era laggiù: una montagna impressionante, un incredibile Eldorado. Fujiko sarebbe impazzita al solo vedere tutto questo. Ma Jigen, anche se era ammutolito dallo stupore, non si sentiva soddisfatto. Era stato troppo facile. Non poteva credere che i meganoidi fossero così deficienti da permettere ad un estraneo di arrivare senza troppi sforzi al loro oro. In quel momento, il portone si chiuse all’istante, lasciando tutto al buio. Poi, dopo un momento di smarrimento, si accesero le luci.
Jigen vide una figura nera stagliarsi in piedi con aria arrogante proprio sopra la montagna dell’oro. Portava un impermeabile nero di pelle, che brillava del riflesso delle luci, e un cappello a tese ampie, anch’esso nero. Portava due cinture incrociate alle quali erano appese due pistole. Jigen aveva già capito chi fosse appena aveva visto la figura in alto. Era quella donna dagli occhi diabolici che aveva visto prima. Lei saltò, volteggiando attorno a se stessa ed atterrando in piedi con la massima semplicità. Con un sorriso che pareva un ghigno, disse beffardamente:
“Il pistolero Jigen Daisuke, suppongo”
“Indovinato. Con chi ho l’onore?”
“Sono il comandante meganoide Tanja Rasputin, dell’ordine dei Cosacchi del Don. Lieta di conoscerti” rispose, sollevando per un attimo il cappello in segno di saluto. I suoi capelli biondi si fecero vedere, luminosi.
Jigen avvertì l’aura omicida che quella donna emanava.
Ha ucciso, capì Jigen. E l’ha fatto innumerevoli volte. Quelli sono gli occhi di una belva. Devo stare in guardia.
“Ti aspettavo. Sapevo che saresti venuto. Ti ho facilitato la strada per arrivare qui.”
“Perché?” La voce di Jigen era cupa. Non gli piaceva quella situazione.
“Ti voglio uccidere nel pieno delle forze. Sei famoso nel sottobosco criminale, Jigen Daisuke. Voglio aggiungere il tuo scalpo alla mia collezione”
La pistola di Jigen comparve nelle mani del capitano meganoide. La lanciò verso di lui, aggiungendo:
“E’ scarica”
Jigen l’afferrò al volo, aprendola. Il tamburo era vuoto. La osservò con aria interrogativa.
Rasputin lasciò cadere a terra un mucchio di pallottole.
“Hai un minuto per caricarla. Appena avrai finito, inizierà la danza”
La donna fece un salto impossibile per un essere umano, raggiungendo in un balzo la cima della montagna d’oro, e in un attimo scomparve.
Jigen si mosse subito: non aveva tempo da perdere. Si inginocchiò e iniziò a raccogliere freneticamente le pallottole per caricarle nel tamburo della pistola. Sudava freddo.

Nello stesso momento, sulla Terra, il racconto di Banjo si stava avvicinando alla fine.
“Avete incontrato Garrison, allora, signor Banjo, quando eravate atterrato sulla Terra dopo essere fuggito da Marte?” chiese con aria fintamente ingenua la giornalista Hitomi Kant. E, nella sua mente, il suo alter ego – Fujiko Mine – non vedeva l’ora di iniziare il colpo. Mancava poco. Tra poco tutto l’oro di Banjo sarebbe stato nelle sue mani. E poi quello di Marte…no, non doveva pensarci, se no impazziva dalla gioia.
Inconsapevole del pericolo che stava correndo, Banjo continuò: “Certo. Ma non fu un caso. Vedete, Garrison era un vecchio amico di mio padre, e le astronavi erano state programmate proprio per atterrare vicino alla sua residenza, che poi divenne la villa nella quale io iniziai a vivere e a programmare la battaglia contro i meganoidi. Ma forse qui è meglio lasciar parlare Garrison. Giusto, vecchio mio?”
“Come desidera, signore” rispose flemmatico il maggiordomo “Sì, conoscevo il professor Haran Sozo, il padre del signor Banjo. Un’ottima persona, mi creda: mi salvò addirittura la vita, in circostanze assai pericolose. Vede, avevamo combattuto insieme in una missione segreta sul fronte coreano…”
“Durante la seconda guerra mondiale?” chiese Fujiko.
“No, dopo. Fu una missione top secret a nome del governo giapponese. Purtroppo sono vincolato dal segreto di stato e non posso dirle altro. Però le posso dire che il dottor Sozo era deputato alle analisi e ricerche; inoltre, fu anche un buon medico, e mi salvò da morte certa in tali circostanze. Da allora, fui in debito con lui. Fummo molto amici, anche se poi ciascuno prese la sua strada. Il professor Sozo si sposò, e io mi ritirai a vita privata”
“Mi scusi, ma lei che vita faceva? Prima di incontrare il professor Sozo, intendo”
“Sono discendente di una nobile famiglia samurai, i Tokida, e di una famiglia inglese altrettanto nobile, i Pinkerton. Mia nonna materna era inglese, e conobbe mio nonno, il signore del casato Tokida: si innamorarono e si sposarono. Fui allevato all’università di Cambridge e sostenni la mia tesi sulle onde elettriche a Oxford. Oltre alla meccanica, una mia passione, ero soprattutto esperto di armi da fuoco. Senza falsa modestia, devo dire che vinsi di seguito per cinque anni i campionati di tiro al fucile e di scherma. Collaborai anche al MI-6, l’organizzazione segreta inglese, e dovetti fare una missione in incognito in cui dovetti collaborare appunto col professor Sozo, che divenne, come ho detto, un mio caro amico. Il patrimonio della mia famiglia è sempre stato ragguardevole e mi permise di ritirarmi a vita privata senza problemi, dove contavo di scrivere le mie memorie o un paio di romanzi. Ho sempre avuto il desiderio di scrivere qualcosa. L’arrivo del signor Banjo modificò radicalmente i piani che avevo per la mia vita. Comunque, non mi pentii mai di averlo aiutato”
“Come accadde il vostro primo incontro?”
“Difficile descrivere quello che pensa una persona che stava leggendo Dickens davanti al fuoco del camino e vede, attraverso le finestre, atterrare cinque astronavi gigantesche e silenziosissime davanti al prato della propria villa, in mezzo alla neve. Sì, eravamo in pieno inverno, miss Kant. Credevo che fossero arrivati gli alieni. Pensi che la servitù nemmeno si allarmò. Capii che solo io potevo vedere quelle astronavi. Inoltre, mi ricordavo di un trucchetto simile che aveva fatto proprio il professor Sozo in passato, in uno dei suoi esperimenti. Oggetti silenziosi ed invisibili. Scesi in fretta verso il parco…”
“Scusi se la interrompo, ma il suo parco poteva ospitare cinque astronavi, delle quali una col Daitarn 3?”
“E’ un parco molto grande, miss Kant. Una volta era un bosco selvatico, fonte di pericolo e malattie per generazioni. La famiglia Tokida lo rese vivibile. Appena mi avvicinai alla prima astronave, si aprì uno sportello e ne uscì fuori un ragazzo, completamente sconvolto e con i capelli insolitamente verdi, cosa che mi fece credere per un attimo di essere davvero davanti ad un alieno. Era stanco e denutrito. Lo accompagnai all’interno della villa e mi presi cura di lui, chiamando un medico. Dopo diversi giorni, si riprese e mi raccontò tutta la storia. Ovviamente, fui diffidente e feci dei controlli: ma mi accorsi che tutto quello che mi aveva raccontato, per quanto assurdo, corrispondeva al vero. E quella sera mi decisi a parlare apertamente a quello che avevo riconosciuto come il figlio del dottor Sozo. Ma, con mia grande sorpresa, scoprii che il letto era vuoto. Il signor Banjo era scappato in piena notte e in mezzo alla neve”
“E come mai?” chiese la falsa giornalista.
L’imbarazzo in quel momento fu palpabile.
“Bè…ecco…” iniziò Banjo “…io…ero andato per…per uccidere il signor Tachibana. Il padre di Beauty.”
La ragazza bionda, che era stata la prima assistente di Banjo, voltò la testa verso la finestra, silenziosa. Allora non sapeva nulla di quello che aveva combinato suo padre e del suo rapporto con Kronin Krask, il futuro Don Zauker.

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